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CORSI ASPIC

I corsi ASPIC sono basati esclusivamente sulle nostre attività di ricerca scientifica Consultate gli oltre 100 testi di attività scientifica prodotta

DOVE SIAMO

IL COUNSELING UN MODO DI VIVERE L’UNIVERSO

DELLE SCIENZE UMANE

Il Counseling: una parola che comprende tante competenze per professionisti all'avanguardia

LA FORMAZIONE ASPIC è soprattutto un percorso di tipo esperienziale. L’apprendimento attraverso il fare (Living Learning) consente l’acquisizione di capacità concrete quali, l’ascolto, l’empatia, la sintonizzazione con l’altro trasferibili nella relazione con il singolo e con il gruppo. La metodologia di “apprendimento attivo” utilizzata garantisce all’allievo di essere protagonista della propria formazione, di partire dalla sua esperienza, di dare un contributo al processo di costruzione della conoscenza e di sentirsi valorizzato. A partire dalla concezione umanistico-esistenziale della persona, intesa come sistema complesso composto da diverse dimensioni (razionalità, emotività, corporeità, socialità) le esperienze di apprendimento sono impostate in modo tale da essere vissute in maniera integrata. La messa in gioco del partecipante e il prendersi cura di sé avvengono a livello dei pensieri (espressione delle proprie opinioni), delle emozioni (come mi sento in relazione a) del corpo (comunicazione non verbale) e nella relazione con gli altri (il gruppo di formazione). In questo modo la consapevolezza e la cura di sé aumentano e integrano gli aspetti della propria persona in relazione con gli altri.

Un orizzonte non lo si raggiunge ma orienta il passo

IL COUNSELING è un complesso di pensiero e prassi che risulta utile nel condurre un colloquio di qualsiasi tipo affinché gli obiettivi desiderati possano ottenere risultati efficaci, pronti e verificabili. Per ora non può definirsi una professione autonoma nel panorama italiano; è una professionalità, un modo diverso di parlare, pensare, porsi, ragionare. Non si rivolge al disagio, non segue ciò che non funziona allo scopo di riparare, guarda la persona cercandone le progettualità, le risorse, la sua magnifica individualità. Un modo di porsi con cortesia e attenzione all’altro senza sfumature di superiorità e di egemonia. Chi fa counseling è convinto che l’altro possegga già tutte le risorse per ciò che vuole ottenere. Quando conversa con l’altro riconosce e restituisce autorevolezza e piena dignità in modo che per l’altro sia più agevole farsi protagonista della sua vita, sia più agevole gustarsela appieno. Richiede un corretto utilizzo degli strumenti della comunicazione al fine di gestire una relazione che dà dignità ad entrambi gli attori. Nato in un contesto di pensiero sostanzialmente pragmatico, qui da noi si è modellato come gregario, accolito subalterno della psicologia, perdendo ogni capacità di innovare il pensiero dell’affiancamento all’altro e mettendosi al seguito di una cultura e di una professione che condivide con il counseling solo (si fa per dire) il rapporto con l’altro. Il senso e l’essenza del counseling è volere, sapere e potere mettersi al fianco della persona, spesso in un momento determinante della sua esistenza per facilitare la conquista del suo diritto alla piena autonomia; autonomia che non significa isolamento, ma governo lucido e ampio della propria esistenza. Addestrarsi a fare counseling significa porre a disposizione di una persona un insieme complesso di competenze e tecniche e un modo di pensare l’altro che renda gradevoli e funzionali i rapporti tra le persone, in un’ottica dichiarata di cultura civile. Come qualunque artigiano, qualunque artista, chi fa counseling avrà una sontuosa, variegata, ben fornita, cassetta di attrezzi: tecniche, teorie, credenze e convinzioni fra cui scegliere attimo per attimo lo strumento o gli abbinamenti che meglio potranno aiutare a raggiungere l’altro. Chi usa il counseling sa, pregiudizialmente, che l’altro è persona speciale e userà l’incontro per comprendere perché e come è speciale! L’intervento di counseling è un affiancamento alla persona per guardare al suo quesito con occhi diversi orientati al futuro, cercando di individuare le risorse necessarie affinché l’altro possa essere protagonista autorevole della sua vita. Chi fa del counseling nel suo modo di porsi in relazione durante la sua professione, non si occupa di conoscere e riconoscere le forme del malessere né della patologia. Non fa diagnosi e non se ne cura, non perché non abbiano senso o non risultino vere e utili: più semplicemente per un intervento di counseling non sono rilevanti. Il counseling non è una forma blanda di terapia che può essere utilizzata solo nei così detti “casi lievi”. Esso può essere usato con qualunque persona si trovi in un dubbio esistenziale e che cerchi un appoggio e un conforto per uscirne e avviarsi verso un futuro più appagante. Un dilemma non richiede necessariamente uno stato di malessere: ci si può interrogare se e come sistemare i genitori anziani, se mandare un figlio all’estero per il programma dell’Erasmus, se accendere un mutuo per avviare un' impresa, se cambiare lavoro, se vale la pena di restare in quel matrimonio, se e come gestire una chemioterapia, come fronteggiare la menopausa o la caduta del desiderio… Tutte questioni, tutti interrogativi che indubbiamente possono certo arrecare una quantità di dolore e sofferenza. Ma il dolore e la sofferenza non comportano un disturbo da curare, non è per nulla scontato che richiedano un inquadramento diagnostico, che debbano essere riguardati, letti, interpretati attraverso categorie di cura che sono invece riferite ad una patologia. La fatica, l’insofferenza, l’incertezza, il dolore, sono esperienze vive e quotidiane patrimonio indispensabile di ciascuno di noi. Caratterizzano e scolpiscono la nostra esistenza e sono ciò che ci modella per quello che siamo. Chi fa del counseling mette a disposizione la sua competenza, la sua energia, il rigore della sua metodologia, ciò che sa fare, senza per questo dover ipotizzare una debolezza, una fragilità. Lo fa per affiancarsi e costruire un pensiero che cerchi la forza, che intercetti l’energia per dare vigore ad un’esistenza, e non è necessario ipotizzare una debolezza di partenza, una qualsiasi forma o idea di minorità. La relazione non presuppone la postura up-down: entrambi si è up-up. Non può darsi intervento di counseling che non faccia leva, che non susciti, che non vada a stanare le energie trascurate forse, ma presupposte acriticamente fin dall’inizio della vita, come esistenti. Per un corretto intervento che sfugga alla scivolosa attrazione della terapia, occorre che si abbia un pensiero ed un progetto ambientati saldamente nel mondo del benessere, dell’appagamento, della pienezza dell’esistenza. È questa la novità straordinaria del counseling ed è per questo che è una professionalità moderna e del tutto diversificata rispetto alla cultura del Novecento. Nel secolo scorso con il grandissimo genio di Freud e poi a cascata con le conseguenti ricerche e mille scoperte scientifiche ci si è avventurati con coraggio e senza sciocchi pregiudizi nell’universo del malessere: lo si è conosciuto, assaporato, cercando attraverso un intervento salvifico, l’uscita dal disagio intriso di patologia. Il counseling del Duemila prende le mosse da questa esperienza profonda per inerpicarsi nel terreno collinare del benessere. Che non è un capovolgimento del malessere: la felicità non è assenza di disturbo; si può non essere infelici e non per questo essere felici e viceversa! Nel mondo degli abissi ci si rivolge alla luce per emergere dalle acque e una volta emersi verso dove e come muoversi? Dove trovare i propri segnali per aggirarsi nell’asciutto? E poiché non si può agire se non abbiamo un pensiero, il counseling si propone come intervento moderno, di un mondo evoluto per conoscere, immaginare, pensare un benessere, sentire in bocca il sapore della pienezza, allargare il respiro per un’estensione commovente dei polmoni. Incontrandosi sul bordo delle acque, il counseling rende omaggio alla ricerca terapeutica proseguendone l’azione di reintegro della persona nella sua più piena umanità avventurandosi con lei per impadronirsi di un futuro alto, di un mondo con il sole, le nuvole e le montagne. Un intervento che fa del dubbio un’occasione di vita, che rapidamente lascia la mano dell’altro affinché sia e si sappia libero e protagonista della propria esistenza. Non si tratta comunque di far finta di non possedere il potere che in quel momento si pensa di avere: si tratta di riconoscere nello stesso tempo il proprio e l’altrui potere, il proprio e l’altrui diritto a potersi muovere con agilità e libertà per raggiungere l’obiettivo. E l’obiettivo nel counseling è sempre rintracciare le risorse disponibili, metterle a disposizione del progetto che si è venuto a mostrare. Il senso primo ed ultimo di ogni relazione umana è lo scambio, l’essere aperti all’altro in uno spazio segnato da limiti e confini deontologici nell’idea non di una gerarchia verticale, ma spaziando in uno superfice orizzontale. È necessario oggi accompagnare il pensiero maschile che utilizza di preferenza lo schema gerarchico, verticale, con il pensiero tipicamente femminile della dimensione orizzontale. Ricordate il grido fiero di Filumena Marturano: “i ffigli so’ ffigli!” sembra contrapporsi, e in realtà completa la necessità del padre di conoscere qual è il figlio suo. Lo scarto fra i due componenti della relazione si coniuga nella condivisione dell’obiettivo che comunque si differenzia nella percezione di ciascuno; perché solo per differenza ci si può conoscere, così che, chiedendo il permesso, potremo aggirarci nello sconfinato mondo dell’altro, alla pari, congiunti nella ricerca dell’obiettivo cui modellare il progetto.

Liberamente tratto da Maria Cristina Koch

“Counseling un modo di abitare il mondo”

2017